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Startup, fra innovazione digitale e sostenibilità

Gli Osservatori Digital Innovation del Politecnico di Milano fanno il punto della situazione

Le startup rappresentano una delle principali spinte verso l’innovazione digitale in chiave di sostenibilità, le due sfide più importanti che tutte le realtà economiche hanno di fronte. Gli Osservatori Digital Innovation del Politecnico di Milano hanno organizzato un evento per discutere di come sta cambiando questo mondo. Che quest’anno vede una spinta di capitali enorme, soprattutto dagli investitori internazionali. E che sempre di più diventa una chiave di volta anche per le grandi aziende.

I dati riportati dall’Osservatorio Startup Intelligence e Startup Hi-tech analizzano questa realtà, sommandosi a quelli dell’Osservatorio Digital Transformation Academy. L’evento ha analizzato non solo le startup, ma anche le aziende di ogni dimensione. Un tema che abbiamo approfondito in quest’articolo.

Gli Osservatori PoliMi sulle Startup: innovazione digitale e sostenibilità

Antonio Ghezzi, Direttore dell’Osservatorio Startup Hi-tech e Associate Professor, Politecnico di Milano, ha tracciato da subito il termometro più importante per valutare un’ecosistema di startup: quello degli investimenti. Nel nostro Paese (finalmente) sembra che il volano delle startup innovative, a dieci anni dalla loro ‘ufficializzazione’, finalmente ha preso a correre.

Ghezzi spiega: “Analizziamo 1300 startup e 300 investitori formali, analizzando sia componenti quantitative (investimenti di equity, exit) che qualitative. A livello quantitativo, il nostro Osservatorio ha raccontato negli ultimi dieci anni un sistema dinamico ma di certo di nicchia. Solo nell’ultimo anno, 2021, abbiamo sfondato la soglia anche psicologica del miliardo di euro in investimenti. Rispetto al 2020, il dato è quasi raddoppiato. Ma quest’anno la situazione sembra decollata”.

Infatti: “L’anno scorso sono arrivati 1392 milioni di euro, 507 da investimenti formali, 449 informali e gli altri dall’estero. Quelli formali quest’anno sono saliti del +44%, salendo a 731 milioni. Il comportano non formale (crowd founding, business angels, ecc) invece scende del -12%, arrivando a quota 400 milioni. Cala soprattutto il crowd founding, mentre giocano un buon ruolo gli startup studios. Ma il comparto internazionale supera da solo il miliardo di euro: segna un +136%, facendo sforare la soglia dei due miliardi (2160 milioni)”.

startup innovazione digitale

Ghezzi, tuttavia, sottolinea come il resto d’Europa viaggi più velocemente. La Francia rimane sei volte più grande di noi, la Germania quattro volte. Ma abbiamo ridotto il gap con la Spagna. Uno dei motivi per cui non cresciamo al ritmo degli altri è la carenza di investimenti corporate: acquistano quote di maggioranza solo per 134,5 milioni di euro. Partecipano di più alla crescita (ma non a degli exit) nel 28% dei casi. In un sistema maturo come quello degli Stati Uniti, il peso degli investimenti corporate vale il 50% del totale.

Per il sistema sta maturando. “Sono oltre il 65% gli investimenti sopra al milione di euro, una dimostrazione che ci stiamo spostando dal mondo delle startup a quello delle scaleup”.

Sempre più investimenti internazionali

L’anno scorso gli investimenti internazionali valevano il 31% del totale, oggi il 48%. Due anni fa, la metà veniva dall’Europa, mentre l’anno scorso il 73% veniva dagli USA. Nel 2022 una nuova distribuzione: Europa al 45,2%, USA 20,5% e in Asia (non Cina, ma India, Filippine) arriviamo a 34,3%. Un interesse che cresce, anche per via del cambio di focus verso “altre bestie mitologiche, non solo unicorni ma anche centauri capaci di segnare ricavi nel lungo o medio periodo”.

Nel 2022 ci sono stati diversi mega-round di finanziamenti. Satispay e newCleo hanno segnato finanziamenti oltre i 300 milioni, Scalapay e Casavo oltre i 100 milioni. Anche il turnover supera le aspettative, con aziende sopra ai 100 milioni e molte altre nell’ordine delle decine. Guardando le exit: Yolo esce per IPO molto interessante. Alcune exit con valori noti hanno dimostrato l’interesse per l’Italia: brumbrum va sugli 80 milioni, la migliore. Ci sono state 20 exit quest’anno.

Credere nelle startup: innovazione digitale e sostenibilità al centro

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Andrea Severo Baiguini, Innovation Manager and Head of Digital Assets Program, Banca Mediolanum, spiega come gli investimenti della sua banca siano diventati sempre più sistematici. “Banca Mediolanum ha iniziato a investire in Flow, poi ha partecipato a diversi round di finanziamento nel 2020 e 2021. Ora abbiamo un fondo che investe in private equity e private debt: un percorso che sta sempre più prendendo momento. Saremo sempre più presenti nel mondo startup. E il 70% degli investimenti è in Italia”.

Invece Gianvito Tumbarello, Venture Strategy & Development Manager, Eniverse Ventures, mette il focus su come l’innovazione di Eni sfrutti spesso le migliori idee di startup. “Eniverse Ventures fa parte dell’approccio integrato di Eni all’innovazione, creando realtà che possano aiutarci nella transizione energetica e sostenibile. Per raggiungere la Net Zero nel 2050, dobbiamo trovare tecnologie che hanno un time-to-market di due e tre anni, per poi scalarle. Tutto questo può funzionare solo se si crea un ampio ecosistema di partner. Sia università e centri ricerca, ma anche startup studio. E poi i partner commerciali e quelli finanziari, per valutare anche opportunità di coinvestimento”.

Ecologia e salute: l’approccio deep tech

Enrico Deluchi, CEO, PoliHub, spiega che in questo momento i progetti deep tech che sta incubando l’hub del Politecnico ricalcano l’attenzione alla sostenibilità. Non solo ecologica ma anche sul livello sanitario. Deluchi: “Noi lavoriamo con gli imprenditori deep tech, persone che vogliono cambiare il mondo. Quindi raramente vedrete unicorni, molti non arrivano nemmeno a fare fatturato: le grandi aziende le acquistano prima. Molte di queste aziende lavorano in ambito di climate tech e nell’ambito della salute: questi sono i due temi più interessanti che vediamo.

“Dal 2019 il Politecnico ha un fondo per investire nelle startup in early stage, team di ricercatori da cui nascono imprese. Ogni anno nascono fra cinque e sei progetti di questa natura. Alcuni dei primi progetti del 2019 stanno chiudendo round da 7-8 milioni, anche se hanno fatturati ancora bassi: perché fanno ricerca. Ora l’Italia deve lavorare su queste tecnologie, non possiamo perdere un altro treno”.

La ricetta di Casavo

Casavo Portogallo

Se i fondi ci sono, servono le giuste idee per intercettarli e crescere il proprio business. Victor Ranieri, Country Manager Italia, Casavo, spiega come loro ce l’hanno fatta.

“Noi siamo una piattaforma residenziale che vuole cambiare il modo in cui le persone vendono, comprano e vivono la propria casa. Quello immobiliare è un settore poco coinvolgo dalla digitalizzazione, con tanta asimmetria informativa: noi vogliamo cambiare questa situazione. Siamo nati in Italia nel 2017, oggi abbiamo 500 dipendenti in Europa e abbiamo raccolto 400 milioni questa estate.

“Il primo motivo del successo è il mercato: enorme, ma poco digitalizzato. L’opportunità è enorme. Abbiamo inoltre trovato subito il nostro core business, il modello di istant buying permettendo agli utenti di vendere subito casa. Poi abbiamo costruito un marketplace capace di adattarsi al mercato. Infine, abbiamo puntato sul talento: abbiamo assunto tantissime persone capaci, altrimenti non puoi tenere un livello di qualità elevato”.

Open Innovation: far collaborare imprese e startup per l’innovazione digitale

Filippo Frangi, Ricercatore dell’Osservatorio Startup Intelligence, Politecnico di Milano, fornisce dettagli su un altro elemento essenziale dell’ecosistema startup: la collaborazione con le aziende in Open Innovation. “Oltre la metà delle imprese ha già sperimentato l’approccio alla Open Innovation: le grandi aziende pensano l’innovazione arriverà proprio dalle startup nei prossimi anni. Ma per le PMI il dato si ribalta: il 65% non l’ha mai fatto, solo l’11% ha lavorato con le startup. Che spesso sono addirittura viste come minacce“.

Quindi al momento le startup si interfacciano alle grandi aziende, che hanno ben chiaro come sfruttare l’innovazione digitale portata da queste realtà. “Quasi la metà delle imprese si approccia alle startup come fornitore, per accedere al mercato con un prodotto pronto. Ma crescono (43%) anche le partnership per trovare nuove soluzioni innovative. Ancora molto bassa la partecipazione in Equity (17%) e ancora meno per acquisizione (12%)”.

“Le aziende guardano alle startup sia per ampliare l’ecosistema di innovazione. Ma spesso le aziende vogliono anche trovare metodologie nuove e agili, anche utilizzando le startup come bussola per il futuro”.

Cimbali e NASYS

Alberto Camerin, Group Electronic & IoT Solutions Director, Gruppo Cimbali, spiega che la sua azienda specializzata nelle macchinette per il caffé professionali ha di recente adottato un approccio sistematico per interfacciarsi con le startup.

“Siamo sempre stati un’azienda di prodotto, ma ci stiamo approcciando a diventare un’azienda di servizi. Per farlo stiamo seguendo diverse strade, le startup le abbiamo trovate a volte in maniera quasi casuale. Ma abbiamo capito che serviva un progetto ben indirizzato. Abbiamo strutturato meglio il nostro approccio e adesso abbiamo attive tre collaborazioni (una in arrivo). Non abbiamo una ricetta semplice, ma puntiamo sulla collaborazione e il rispetto con le startup per creare un rapporto che sappia mettere a terra le idee”.

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Una di queste startup è NASYS. E a raccontarla c’è Giorgio Sberveglieri, CEO, NASYS, e Prof. Emerito di Fisica presso il Dipartimento di Ingegneria dell’Informazione, Università di Brescia. “Siamo nati nell’Università di Brescia, siamo tutti accademici. Quindi entrare sul mercato per noi non era semplice: senza Cimbali non ce l’avremmo fatta. Ci siamo incontrati e abbiamo creato una collaborazione virtuosa. Noi avevamo un’idea, ma con Cimbali abbiamo saputo sviluppare un prodotto e lo abbiamo industrializzato”.

Noovle e iGenius

Un altro esempio di collaborazione fra imprese e aziende lo introduce Attilio Somma, Head of Communication, Partnership and Vertical solutions, Noovle. Che spiega: “Noovle è la cloud company di TIM: abbiamo 16 data center, 25 mila server virtuali gestiti, con una collaborazione con Google Cloud e due cloud region in Italia. All’interno di TIM Enterprise vogliamo costruire una piattaforma che localizza l’innovazione degli hyperscaler, dall’altro lato vogliamo portare novità interne sfruttando l’infrastruttura di TIM. Con Google Cloud abbiamo creato un programma che prevede l’ingaggio di startup su vari verticali. Noi offriamo crediti a consumo per lo aiutarle nello sviluppo, ma soprattutto la possibilità di costruire use cases commerciali da portare sui vertical e testarli con i clienti TIM. Inoltre siamo l’accesso ai demo center per sviluppare tecnologie, oltre a fornire l’accesso a ingegnere certificati per dare supporto nel porting sulle piattaforme”.

Uljan Sharka, CEO & Founder, iGenius, ritiene questa collaborazione essenziale. “Noi vogliamo democratizzare i dati per renderli accessibili a tutte le aziende con semplicità. Oggi stiamo scalando anche all’estero. Noi siamo un’azienda di prodotto, ma la scalabilità e la possibilità di arrivare al cliente che ci ha dato il team di Attilio di Noovle sono state fondamentali. Per noi la parte più importante è stata sfruttare il canale fiduciario che TIM, Noovle e Google hanno con i clienti: lavorare con queste aziende per noi è stato trasformativo, sia in termini di visibilità che di conversioni”.

Startup e l’innovazione digitale in chiave sostenibile

Cristina Marengon, Ricercatore dell’Osservatorio Startup Intelligence, Politecnico di Milano, riporta i dati che riguardano l’approccio delle startup non solo all’innovazione digitale ma al tema della sostenibilità. Qualcosa a cui le startup credono molto: “Il 72% delle startup persegue obiettivi sostenibili, solo il 19% non li mette da subito in conto quando lancia la propria startup“.

Anzi, il 61% delle startup considera i Sustainable Development Goals (SDG) dell’ONU, mentre il 23% non lo fa: sia per mancanza di risorse interne che perché in fase di lancio non rappresentano delle priorità. Più basso invece l’approccio verso certificazioni e bilanci di sostenibilità: “ma sottolineiamo che queste certificazioni nascono per certificare soprattutto grandi aziende, non queste piccole realtà”, spiega Maregon.

Venezia accoglie 30 startup da tutto il mondo per disegnare un futuro sostenibile

Gli Osservatori del PoliMi hanno individuato quattro approcci alla sostenibilità per le startup, in base all’attenzione più focalizzata sulla comunicazione oppure sulle azioni green. In questo modo ha definito startup che sono: inconsapevoli, le idealiste, le greenwasher e le green-queen (sia attente al marketing che alle azioni). Le startup italiane sembrano partire dalla comunicazione piuttosto che dall’agibilità della sostenibilità: arrivano ad essere green-queen passando dalle greenwasher, non dall’idealismo.

Laura Galimberti, Director Legal Affairs & Corporate Sustainability, Agos, spiega che l’approccio adottato dalla sua azienda a riguardo. “Abbiamo scelto di non perseguire un solo progetto, ma di adottare l’SDG come approccio generalizzato. Obiettivi chiari, iniziative per raggiungerle: con la partecipazione di tutte le dimensioni aziendali e gli operatori sul territorio. Collaborare con le startup per aziende molto normate come noi non è semplice: serve trovare un equilibrio fra l’organizzazione complessa di un’azienda come la nostra e la dinamicità della startup. La questione culturale è centrale per farlo”.

Bper e Bluefoundation

Fabiola Baraldi ESG Lending Strategist, Bper Banca, spiega che la sua banca ha voluto cercare le giuste startup per aiutare le aziende clienti a trovare soluzioni in chiave innovazione digitale e sostenibilità. “Ci siamo chiesti come le PMI possano trovare l’investimento corretto in ambito sostenibile. Soprattutto perché abbiamo visto che in questa fase di grande transizione, i piccoli imprenditori rischiano di perdersi (come rileva anche l’Eurobarometro). Il nostro esperimento di Open Innovation ci ha aiutato a inserirci in fase di supporto alla transizione green delle PMI, senza Bluefoundation non ce l’avremmo fatta”.

Marco Gianotti, Chief Operating Officer, BlueFoundation, spiega: “Noi siamo una società di ingegneria che progetta approcci verso la transizione ecologica. Le aziende si pongono degli obiettivi green: noi ci impegniamo per dar loro progetti che riducano effettivamente le emissioni, senza compensazioni. Noi lavoriamo con le grandi aziende, ma ci siamo chiesti come lavorare sulle PMI: per una startup raggiungere tutte queste aziende non è semplice. Bper ci aiuta a raggiungere un gruppo campione su cui fare sperimentazioni, ma anche a trovare clienti nel lungo periodo. Noi avevamo l’esperienza, Bper ci ha aiutato a trovare la nostra platea: un beneficio per entrambi”.

Iren e AWorld

Matteo Vacchetti, Responsabile del programma di Corporate Venture Capital, Gruppo Iren, spiega come la sua società abbiamo voluto mettere la sostenibilità al centro del proprio rapporto con i clienti. “Cerchiamo di attrarre le startup con il Venture Capital, ma abbiamo anche la possibilità di portare a terra diversi progetti in maniera diretta. Noi siamo il primo operatore in Italia per il trattamento dei rifiuti: da poco siamo riusciti a passare da un processo di smaltimento degli schermi LCD manuale a uno automatizzato. E lo abbiamo fatto partendo da un PoC di una startup che ora fa parte della nostra linea. Sul tema software abbiamo sfruttato la capacità di AWorld per comunicare con i nostri clienti nella nostra app”.

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Maria Vittoria Dalla Rosa Prati, Impact Strategist, AWorld, spiega: “Le sfide che ci sta ponendo la sostenibilità mi danno sempre l’impressione di rincorrete un treno: stiamo accelerando abbastanza per salvare il pianeta? Per farlo serve un approccio culturale, le persone devono avere uno stile di vita più sostenibile. La nostra piattaforma usa la gamification per stimolare questo approccio. Con Iren abbiamo voluto stimolare i clienti integrando la nostra piattaforma nell’app di Iren, per associare i consumi energetici al monitoraggio dell’impatto, stimolando il cambiamento”.

Per ulteriori approfondimenti, potete visitare il sito degli Osservatori Digital Innovation del Politecnico di Milano.

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Stefano Regazzi

Il battere sulla tastiera è la mia musica preferita. Nel senso che adoro scrivere, non perché ho una playlist su Spotify intitolata "Rumori da laptop": amo la tecnologia, ma non fino a quel punto! Lettore accanito, nerd da prima che andasse di moda.

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